Logo


Prefettura - Ufficio Territoriale del Governo di Vibo Valentia

Raccolta Pareri Ministero dell'Interno

 

 Addebito retta per l'inserimento in regime residenziale - Quesito del 02/02/2012

E’ stato chiesto un chiarimento sull’applicazione dell’art. 6, comma 4 della legge n. 328/2000, concernente l’individuazione dei soggetti obbligati all’integrazione economica connessa al ricovero di minori presso strutture residenziali.
nel caso di applicazione della norma in esame a minori, va ricercato “il comune nei quali essi hanno la residenza …”.
La residenza di un minore, come noto, viene chiaramente individuata dall’art. 45, comma 2, del codice civile, il quale stabilisce che “ … il minore ha il domicilio nel luogo di residenza della famiglia o del tutore” e, nel caso di genitori separati che non abbiano la stessa residenza “ … il minore ha il domicilio del genitore con il quale convive”.
Pertanto, i minori hanno la residenza presso i genitori o il tutore: è con riferimento a questi ultimi soggetti che andrà effettuata la ricerca della residenza del minore al momento in cui la prestazione assistenziale ha avuto inizio, al fine di imputarne le spese a quel comune.
Nei termini suesposti è l’avviso di questo Ministero sulla questione rappresentata che si prega di voler portare a conoscenza dell’ente interessato .

 
(tratto dal sito www.incomune.interno.it )
 
Pubblicato il :

 Sponsorizzazioni. – Competenza. Quesito del 12 04 2013

Con la nota che si allega in copia, pervenuta tramite il Dipartimento della Funzione Pubblica, il comune di … ha chiesto se possa essere ricondotta alla giunta comunale la competenza in materia di contratti di sponsorizzazione.
In merito, si rileva preliminarmente, così come evidenziato dallo stesso ente che la normativa di riferimento è costituita dall’art. 43, comma 1, della legge del 27 dicembre 1997, n. 449, il quale stabilisce, in particolare che, al fine di favorire l'innovazione dell'organizzazione amministrativa e di realizzare maggiori economie, nonché una migliore qualità dei servizi prestati, le pubbliche amministrazioni possono stipulare contratti di sponsorizzazione ed accordi di collaborazione con soggetti privati ed associazioni, senza fini di lucro, costituite con atto notarile.
L’articolo 119 del decreto legislativo n. 267/2000, richiamando il citato articolo 43, consente nello specifico, agli enti locali, la stipula di contratti di sponsorizzazione ed accordi di collaborazione, nonché convenzioni con soggetti pubblici o privati diretti a fornire consulenze o servizi aggiuntivi, “al fine di favorire una migliore qualità dei servizi prestati”.
I contratti in parola, come previsti dall’articolo 43, hanno, dunque, il precipuo obiettivo di favorire l’innovazione dell’organizzazione e la realizzazione di economie di spesa, mentre l’art. 119, riferito agli enti locali, li finalizza, in particolare, al miglioramento dei servizi.
La collocazione dei contratti di sponsorizzazione degli enti locali sotto l’univoca disciplina di cui all’articolo 119 del d. lgs. n. 267/2000 che comprende, come detto, anche gli accordi di collaborazione e le convenzioni, ad avviso di questa Direzione Centrale non può non comportare “la necessità di fare ricorso a procedure aperte e trasparenti al fine di individuare il soggetto con cui stipulare il contratto” (conforme T.A.R. Puglia Bari, Sez. II, 20/07/2006, n.2953).
Da tale processo non appare possa essere escluso il consiglio comunale quale organo di indirizzo dell’attività dell’ente, che ai sensi dell’articolo 42, del d. lgs. n. 267/2000, comma 2 lett. a) ha sia potere regolamentare sulle attività che fanno capo al comune, sia, ai sensi della successiva lett. e), la competenza in ordine “all’affidamento di attività o servizi mediante convenzione”.
Anche l’articolo 26 del codice dei contratti pubblici - d. lgs. 12.04.2006, n. 163 –, subordinando la stipula di taluni contratti di sponsorizzazione alla regolamentazione europea nell’eventualità in cui i medesimi abbiano un valore superiore a quarantamila euro, riconduce sostanzialmente tali atti alla disciplina dei contratti della pubblica amministrazione, che, nel caso specifico, non sfuggono alla competenza del consiglio comunale titolato a dettare, tra l’altro, le disposizioni di massima per la loro conclusione.
Si rappresenta, inoltre, che compete sempre al consiglio comunale disporre in via generale, anche in sede di approvazione dei bilanci, sulle risorse di cui all’art. 43 della legge n. 449/1997 per le finalità di cui all’articolo 15, comma 1, lett. del C.C.N.L. dell’1 aprile 1999 relativo al personale dipendente.
Nei termini suesposti è l’avviso di questo Ministero sulla questione rappresentata che si prega di voler portare a conoscenza dell’ente interessato.
 
 
(tratto dal sito www.incomune.interno.it )


Pubblicato il :

 ordinanze viabilità - quesito del 11/04/2012

Sono state sollevate alcune perplessità sulla competenza del comandante della polizia municipale di …. ad adottare l’ordinanza con la quale sono state disposte alcune modifiche alla viabilità urbana.
Al riguardo, si rileva preliminarmente che il piano urbano del traffico (PUT) – da cui dovrebbero derivare le eventuali modificazioni alla viabilità - secondo quanto previsto dall’art. 36, comma 5 del C.d.S. viene aggiornato ogni due anni. Il predetto PUT, essendo uno strumento di programmazione e, dunque, a valenza generale, è demandato all’approvazione degli organi collegiali del Comune.
Occorre tenere presente, tuttavia, che l’art. 107, comma 5 del d. lgs. n. 267/2000 prevede che “le disposizioni che conferiscono agli organi di cui al capo I titolo III (consiglio, giunta e sindaco) l’adozione di atti di gestione e di atti o provvedimenti amministrativi, si intendono nel senso che la relativa competenza spetta ai dirigenti, salvo quanto previsto dall’art. 50, comma 3 e dall’art. 54” dello stesso decreto legislativo.
Talché, le competenze assegnate, in particolare dal codice della strada, al sindaco (fuori dei casi di cui ai citati articoli 50 e 54 del d. lgs. n. 267/2000) si intendono oggi demandate al dirigente.
Su punto la giurisprudenza (T.A.R. Lombardia, sentenza n.13/01/2003, n. 904) ha specificato che “al di fuori dei provvedimenti contingibili e urgenti, il sindaco non può adottare un'ordinanza in materia di viabilità ordinaria, esercitando altrimenti un atto di gestione che compete in via esclusiva al dirigente”.
In particolare il TAR Lombardia – sezione di Brescia -, con la sentenza 8 gennaio 2011, n. 10 ha ribadito tale principio affermando che l’art. 7 del codice della strada, che assegna al sindaco il potere di regolamentare la circolazione dei veicoli, va coordinato con la posteriore norma del già citato art. 107. La competenza del sindaco in tema di limitazioni della circolazione deve quindi ritenersi attratta nella competenza propria del dirigente di settore, in quanto si tratta di funzioni di gestione ordinaria.
 
 
(tratto dal sito www.incomune.interno.it )
Pubblicato il :

 Statuto comunale. Divieto del terzo mandato consecutivo degli assessori. - Quesito del 25/05/2010

E’ stato richiesto l’avviso dello scrivente in merito all’applicabilità dell’art. 22 dello statuto del comune di … il quale non consente l’espletamento di un terzo mandato consecutivo da parte degli assessori, tenuto conto della circostanza che, nel caso di specie, l’incarico assessorile è stato ricoperto per due volte consecutive ma, in entrambi i casi, con durata inferiore a quella della consiliatura nella quale era stato conferito.
Al riguardo si osserva che detta previsione statutaria era stata, a suo tempo, adottata in vigenza dell’art.34 della l. n. 142/1990, come sostituito dall’art.16 della l.n.81/1993, recependone la conforme previsione che vietava, al c.3), il terzo mandato consecutivo dell’assessore, in analogia alla disciplina disposta per il sindaco.
Successivamente, la legge 3 agosto n. 265/1999 (art. 11, comma 11) abrogò espressamente l’anzidetta norma con la conseguenza che le disposizioni statutarie ad essa conformate sono, da quel momento,da considerarsi caducate e, quindi, inapplicabili.
Anche il vigente T.U.O.E.L. n. 267/2000 non contempla alcuna previsione limitativa del numero dei mandati consecutivi espletabili dagli assessori, mentre, come è noto, ha mantenuto quella di analogo tenore riferita al sindaco (art. 51, comma 2).
Peraltro la disciplina degli organi di governo comunali e provinciali, a cui è riconducibile la figura dell’assessore, è riservata alla competenza legislativa esclusiva dello Stato, ai sensi dell’art.117, comma 2, lett. p), della Costituzione e, come tale, è sottratta alla potestà statutaria.
Se ne deduce, per le esposte considerazioni, che la norma statutaria in esame non può trovare applicazione, restando ininfluente la circostanza che il mandato assessorile ha avuto una durata inferiore a quella della consiliatura di riferimento.
 
 
(tratto dal sito www.incomune.interno.it)
Pubblicato il :

 Mozione di sfiducia – Art.52 del T.U.E.L. n.267/2000 - Quesito del 13/11/2009

E’ stato chiesto l’avviso della scrivente in merito alla possibilità di considerare decaduta la mozione di sfiducia non discussa entro il trentesimo giorno dalla sua presentazione.
Al riguardo, si osserva quanto segue.
Il legislatore, nel disciplinare all’art.52 del T.U.E.L: n.267/2000 l’istituto in parola, ha previsto una tempistica del procedimento precisando, in particolare, che la mozione di sfiducia viene “messa in discussione non prima di dieci giorni e non oltre trenta giorni dalla sua presentazione”, chiaramente intesa a cristallizzare il suo svolgimento entro un arco temporale limitato.
Il termine minimo di dieci giorni prima del quale la proposta non deve essere sottoposta a discussione, si configura come preordinato a facilitare eventuali trattative politiche per tentare il superamento del contrasto tra capo dell’amministrazione e consiglio, (nel qual caso la mozione potrebbe anche essere ritirata), mentre il termine massimo di trenta giorni è inteso ad evitare che l’argomento possa essere eccessivamente differito e, quindi, sottratto alla discussione dell’organo competente a decidere entro un ragionevole arco temporale.
La dottrina ritiene che il termine massimo di trenta giorni dalla presentazione per la messa in discussione sia da considerare perentorio, con la conseguenza che, una volta decorso, non può più farsi luogo all’adempimento in questione. Tale orientamento è condivisibile, tenuto conto della gravità delle conseguenze disposte dalla norma in esame che prevede, in caso di approvazione della mozione, lo scioglimento del consiglio.
Per quanto precede, si è dell’avviso che, nel caso di specie, la mozione sia da reputarsi decaduta, nel senso che non può prospettarsene la discussione oltre il cennato termine temporale dei trenta giorni.
 
(tratto dal sito www.incomune.interno.it )
 
 
Pubblicato il :

 
Torna su