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Prefettura - Ufficio Territoriale del Governo di Parma

Palazzo Rangoni... un pò di storia

tratto da Palazzi e casate di Parma di Lodovico Gambara, Marco Pellegri e Mario de Grazia - Ed. La Nazionale, tip. editrice di B. Azzoni, Parma - 1971


Venne edificato nei primi del XVII sec. da casa Farnese, su disegno di un architetto ignoto, ma senza dubbio di vaglia e adibito primieramente per alloggio o ad uso di principi o cadetti della casa regnante. E' probabile che in precedenza vi esistesse un più antico palazzo poiché in una vecchia carta della città di Parma risulta disegnato, sia pure approssimativamente, composto di quattro corpi inquadrati con cortile centrale.
L'attuale facciata del palazzo tradisce elementi cinquecenteschi nello zoccolo e cornicione e del primo seicento nel rimanente. Infatti venne eretta nel 1610.
Lo zoccolo a scarpata si conclude con un grosso foro collegante i davanzali del piano terreno e gli alti plinti a sostegno dei telamoni, sui quali gravano le pesanti mensole del balcone la cui balaustrata, per le rigide forme dei suoi elementi stretti fra loro, completa l'espressione di forza potente e tranquilla delle colossali figure che fiancheggiano il portale.
La bugnatura a pettine negli spigoli è collegata da cornici che disegnano sottili o0mbre, dividendo orizzontalmente facciata e fianchi in purezze di rapporti animati dai timpani e dalle mensole delle finestre che, con vigoroso modellato, sottolineano le armoniche proporzioni dei vuoti, attorno ai quali le decorazioni degli stipiti, ripetuti architravi, creano indovinati inquadramenti. Nell'alto corre un ricco classicheggiante cornicione in cotto. La facciata ha analogia con palazzo Davia Bargellini di Bologna eretto fra il 1638 ed il 1658 dall'architetto Bartolomeo Provaglia.
Sotto il balcone si osserva tuttora lo stemma di casa Farnese. Internamente, di pregevole vi è lo scalone baroccheggiante caratteristico per le ricche decorazioni in stucco fra cui spiccano le nicchie ovali racchiudenti busti, che, alternandosi ad anfore fiorite, si succedono nei due lati concludendosi nel fondo dei pianerottoli in nicchie convolventi figure intere.
Tali ovali trovano un riscontro negli analoghi di Palazzo Carignano progettato dal teatino modenese Guarino Guarini (il quale nel 1656 soggiornò a Parma).
Le stanze, piuttosto vaste, non presentano nessuna nota degna di rilievo pur tradendo un tipico esempio di fastosa dimora dell'epoca.
Purtroppo l'interno in buona parte è stato, seppure in modo decoroso, sovvertito e totalmente rimodernato; nella costruzione di nuovi servizi è scomparso anche il giardino e ne sono state rimosse anche le statue che ivi si ergevano: fra queste una raffigurante un Nettuno con sottostante vasca fontanaria che serviva egregiamente da sfondo.
Iconografie che rappresentano il palazzo si rinvengono nel volume sulle nozze di Elisabetta Farnese del 1714; nella tavola raffigurante l'ingresso di V. Gozzadinio; nella veduta del lato sud di strada San Michele nel 1760 allorché avvennero le nozze dell'arciduca Giuseppe d'Austria con Isabella Borbone, ed in una successiva incisione di Guidetti e Patrini.
Non è noto con esattezza quando il Palazzo, ora chiamato della Prefettura, sia passato dai Farnese ai marchesi Rangoni, essendo intercorso fra le due casate qualche rapporto di parentela. Infatti nei primi anni del '600 Donna Ottavia Farnese Giugali sposò il Marchese Guido Federico, figlio di Ottavia, nato nel 1623, fu proprietario di questo palazzo e la cronaca riferisce ch'egli soleva inscenarvi grandi serate con ogni sorta di sollazzi, scherzi, comiche, penitenze e danze sotto gli occhi divertiti delle Altezze Serenissime.
I Marchesi Rangoni o Rangone costituirono una delle più celebri casate d'Italia, pressoché millenaria e di sangue quasi regale essendo imparentata nei secoli con gli Estensi, i Gonzaga, i Franese, i Pallavicino, i Lanzi, i Rossi di san Secondo, i Pepoli, gli orsini, i Bentivoglio, i Trivulzio Fregoso da Correggio, i Torelii, i Bajardi, i Cesarini_Sforza, etc.. Nel 1288 da Ada Rangoni e Aldobrandino d'Este di Ferrara iniziò la casa ducale Estense di Modena e la casata infatti prosperò in prevalenza in questa città, pur fiorendo anche a Reggio Emilia, Firenze, Roma e Macerata. Secondo lo Spreti l'origine dei Rangoni si perde nella notte dei tempi ed il leggendario capostipite sarebbe un guerriero o capitano di nome Gherardo, nato in Germania; il suo nomignolo "Rangôn" proverrebbe dal castello di Rancon, del quale si fa cenno negli atti della chiesa di Paderbona (1009-1026) e da cui deriverebbe il cognome della casata. E' ben vero che tale cognome appare in uso da tempo assai remoto, ma si ritiene tuttavia più probabile che Gherardo, anziché di origine alemanna sia da annoverarsi fra i capitani al servizio della contessa Matilde contro l'imperatore Arrigo IV. Più certo è Guglielmo, ritenuto padre di Gherardo e di partito guelfo, nominato in un Trattato di pace fra i parmigiani e i piacentini nel 1149. Notizie anche più sicure si hanno di un Gherardo II, in quanto risulta il primo podestà conosciuto a Modena (2256) e del figlio suo Guglielmo II, pure podestà a Modena e Bologna (1196-1201) poscia a Verona. Rolando Rangone fu uno degli oratori di Parma al Congresso tenuto da Federico II a Ravenna, Jacopino, prima che l'imperatore stringesse d'assedio la nostra città, formando per conto loro un partito chiamato degli "Aigoni" (1247).
Alcuni dei conti Rangoni parteciparono alle crociate e da allora adottarono lo stemma "d'argento a tre fasce d'azzurro col capo di rosso alla conchiglia d'argento" col titolo di marchesi signori di Spilamberto. Attraverso i secoli, questa grande famiglia fornì un elenco luminoso di uomini, in prevalenza capitani d'arme al servizio dei Pontefici e della Repubblica Veneta. Ovviamente, di codesta casata si formarono vari rami fra cui i Rangoni-Santacroce, i Rangoni-Testi, e, a Parma, i Rangoni-Terzi. Conseguirono ovunque innumerevoli feudi nelle molteplici regioni di loro residenza, raggiungendo in tal guisa un'altissima potenza di censo e di casta.
Da quanto abbiamo suesposto, si arguisce che a Parma i Rangoni comparvero già in epoca remota. Il Carreri riordinando l'archivio Rangoni-Macchiavelli di Modena in ordine cronologico, ha ritrovato notizie dei più antichi di essi in Piacenza ed in Parma ed accenna a certi Draghi (o Dragoni) della nostra città, che già nel XIII secolo erano in rapporto di affari coi Pallavicino e coi Rangoni: questi ultimi già residenti nel parmigiano dove, evidentemente, disponevano di beni terrieri. Anche l'Affò ci informa su certe "vessazioni" al nostro Venerabile Capitolo dei Rangoni di Modena nel 1235, perchè Rolando e Abate de' Rangoni gli contendevano certi boschi presso Palasone di Sissa. Il nostro storico asserisce che, malgrado i Canonici riportassero sentenza a loro favorevole, i "prepotenti vi si mantennero con la forza in possesso degli usurpati diritti!".
Poco appresso Iacopino Rangone appare fra i primi podestà di Parma (1278) e così pure Gherardo nel 1327: tuttavia entrambi sono ancora definiti "modenesi" e perciò non ancora cittadini parmigiani.
Di stabile residenza appaiono invece verso la fine del XV secolo, poiché il primo di loro battezzato in Battistero risulta un Ugolino de' Rangoni nel 1491, seguito a ruota da altri quattro fratelli. Nella prima metà del '500 risultano residenti a Parma il Marchese Cesare con cinque figli (1517), Damiano con possessioni a Torricella (1528) insieme ai due figli Vincenzo e Antonio.
Nel 1564 Sinibaldo di Antonio, con la consorte Isotta appare domiciliato nelle vicinanze della Cattedrale e nel 1574 risulta proprietario di "Campo Vigheffio"; nel contempo un Marchese Guido risiedeva a Zibello. Nel XVI secolo perciò i Rangoni entrarono direttamente nelle competizioni feudali della storia parmense con alcuni componenti; ma in particolare con i fratelli Lodovico e Guido. Il primo ottenne da papa Leone X il feudo di Montecchio e, al tempo di Paolo III, i Rangoni si assicurarono anche quello di Roccabianca e Zibello, a loro ceduto dai Pallavicino coi quali naturalmente si imparentarono. E' in questo secolo infatti che compaiono tre donne, Laura, Barbara e Argentina Pallavicino, tutte sposate ad altrettanti Rangoni. Particolare menzione merita la Marchesa Argentina, colta dama in letteratura poetica e versata nelle scienze botaniche; fu ammirata e lodata dall'Aretino, nonché annoverata fra le Donne illustri d'Italia (m. 1550). In ben altre faccende frattanto si ingolfavano i loro mariti, in ispecie Guido e Lodovico. Il primo, Capitano della Chiesa e Governatore di Piacenza (1526) disponeva di una torma di soldataglie con la quale taglieggiava chiunque ed ovunque con gravi ed opprimenti tasse: peggio delle cavallette!. Più famoso fu,. in particolare, Lodovico il quale pretendendo dai sudditi ingiuste esazioni, si tirò addosso la reazione e le ire del Consiglio degli Anziani di Parma (1525) che gli intimarono di non violare i decreti, gli statuti e privilegi emanati dal Comune stesso. Siccome il Rangoni faceva orecchie da mercante, ricorsero perfino al Pontefice inviando al suo soglio l'oratore comunale Dott. Nicola Lalatta. In quel fragente, il Landriani così espose la situazione nel parmense: "Qui in Parmesana sono questi nostri feudatari a picca insieme" e cioè Ludovico Rangoni e Pietro Maria Rossi si dividevano i seguaci di Parma "ciascuno fomentando i delinquenti". Lodovico, pur vassallo del Papa, gli si ribellò e Guido, in analoga situazione cercò di barcamenarsi fra il Pontefice ed il fratello contestatore al fine di far valere a mano armata i diritti che già vantavano sulle terre di Roccabianca e Zibello. Lodovico infatti espugnò (1526) "Roccha Bianca" con un migliaio di mercenari francesi raccogliticci, affidandola al suo Governatore Giov. Francesco Gambara e giocando così un tiro mancino al Pontefice. Derubò perfino alcuni cavalli lasciati nel parmigiano da Pier Luigi Farnese perché .... li riteneva francesi come i suoi. Ma con l'avvento di Papa Paolo III (1534) i due Rangoni incontrarono un "duro" poiché questi ritolse loro Zibello malgrado facessero la voce grossa. Nel 1537 poi, Lodovico venne condannato giudizialmente a Roma allorché Pier Luigi Farnese (figlio del Pontefice) venne nominato Gonfaloniere nonché capitano Generale di S. Chiesa. I fratelli Rangoni così esautorati, cercarono di resistere ancora col presidio di Raccabianca ma con poche speranze, onde alla fine ritennero conveniente intavolare trattavie diplomatiche, a cui partecipò anche Barbara moglie di Lodovico. Conclusione: i due degli Rangoni rimasero "signori" di Roccabianca e Zibello ed Ugo (terzo fratello) venne nominato vice-delegato pontificio nell'Emilia (1557): titoli cioè altisonanti, di prestigio e nulla più.
Rimanevano invece a loro i beni privati e le proprietà che i Rangoni avevano, oltreché nel capoluogo, anche nelle ville di Rebenoldo, Teblasolo, Stagno, Fontanelle e territori in quel di Torricella e San Secondo. Ma con l'avvento dei duchi Farnese, anche i Rangoni subirono inevitabilmente la sorte degli altri feudatari: vennero cioè esautorati a gradi e dovettero (volenti o nolenti) giurare fedeltà ai sovrani più potenti, tanto che Lodovico partecipò col Duca Alessandro alla campagna delle Fiandre e fu presente alla presa di Tournai (1581).
All'inizio del XVII secolo le potenze feudali si fiaccarono sempre più, specie dopo il tragico epilogo della congiura contro Ranuccio I.
I Rangoni, gradualmente, si inurbarono e si accodarono alla casa regnante. A quell'epoca, anziché feudatari dispotici o arroganti, annoverano l'alta ed eminente figura di Mons. Claudio, vescovo di Piacenza. Nel 1621 allorquando "ad coelum volavit" venne onorato da un imponente corteo di Confraternite, Regolari, Questuanti, Monaci, Clero secolare, Canonici, la cui dignità si manifestava dal diverso peso dei candelotti portanti in mano, accesi e ben in vista. Nell'istessa epoca figurano a Parma i già menzionati Marchese Giulio e la moglie Ottavia Farnese-Giugali, che nel 1627 ebbero l'incarico di accompagnare con altri dieci dame e cavalieri il duca Odoardo a Firenze "con vestiti galanti e con gioie, da viaggio e da città, con carrozza honorevole da campagna a 6 cavalli et livree pure da campagna". Dovevano recarsi ad incontrare la sposa granduchessa Margarita di Toscana, per servirla poi fino a Parma. A quell'epoca, nell'urbe nostra eranvi altresì numerosi componenti cadetti della casta: i Marchesi Cavalier Adriano, Alessandro, Don Cesare, Filippo Ilario, Pier Francesco ed altri ancora i quali non risultavano quivi residenti ma dislocati nelle vicinie delle parrocchie di S. Silvestro, S. Bartolomeo, S. Benedetto, S. Giacomo, etc.. Probabilmente qualcuno di loro, per svariate circostanze, aveva assottigliato il proprio patrimonio e teneva un tenore di vita più adeguato alle sue possibilità.
Infatti il cospicuo patrimonio dei Rangoni aveva subito, come ogni altro, gli effetti del frazionamento e non di rado erano i suoi primogeniti a mantenere un censo consono al loro rango. Anche negli appartamenti appaiono nominativi si nobiliari, ma di blasone più modesto come i nobili Tagliaferri, Artusi, Terrarossa, etc.; Giovanni e Michelangelo Rangoni (1667) sono denominati (chissà perché) dei "Ficarelli" di Parma. Viceversa in data 1684 risulta battezzato (o trascritto) un Gaetano, nato a Modena nel 1677, nella cappella della Duchessa di Parma, tenuto al sacro fonte dal Principe Rinaldo d'Este di Modena e dalla Principessa Margherita Farnese di Parma. Trattasi senz'altro di quel Gaetano che, quale allievo del Collegio dei Nobili, partecipò ad un ballo eseguito dai principi Farnese Francesco ed Antonio con dieci cavalieri coetanei, in onore delle nozze di Odoardo con Dorotea Sofia di Neoburgo (1690).
Nel XVIII secolo il Marchese Lodovico III addetto alla corte Atestina partecipò al combinozzo, insieme alla famosa Contessa Margherita Borri-Giusti, degli sponsali della principessa Enrichetta col proprio amico il duca Antonio Farnese (1727). Frattanto il ramo parmense dei Rangoni si era fortemente ridotto. Alla metà del 700 (1776) Ermenegilda Rangoni era entrata nell'Ordine delle Bajarde portando al convento i suoi beni di Fraore. Il Canonico Antonio, possidente a Vigheffio e a Sant'Andrea, vendette (o cedette) il suo patrimonio alle Dame Orsoline (1730). Rimaneva ancora il fratello Santo (1758) con possessioni alla Bassa parmense con Arginazzo, senza discendenti. Il già maturo marchese Bonifazio impalmò nel 1741 la giovane contessina Corona Terzi, vezzosa pastorella Arcadica sotto il nome di Silvia. Di bruna e ricciuta bellezza, sapeva recitare brillantemente e cantare al cembalo insieme alla sorella Costanza nel teatrino della avita Rocca di Sissa. Il Frugoni scrisse in quella circostanza versi caustici all'indirizzo di Bonifazio Rangone: "...marito annoso, che se la strinse al vecchio sen rugoso!". Era infatti molto più vecchio di lei, tanto che la contessina rimase vedova dopo non molti anni e logicamente senza prole. Corona, anziché passare a più felici nozze e probabilmente delusa, preferì finire i suoi giorni nel convento delle Benedettine di S. Paolo. La linea maschile dei Rangoni giunse all'epilogo e l'ultimo del ramo di Parma fu il Marchese Lodovico IV il quale "anima in Deo redidit" il 12 novembre 1762 nel suo magnifico palazzo di strada S. Michele.
E' di quest'epoca una bella incisione del Bresciani del palazzo adorno di obelischi e festoni fittizi, nonché sontuosamente illuminato per la fausta nascita del principe Don Ferdinando di Borbone. Il palazzo Rangoni in quell'evenienza ospitò il Cardinale Gioacchino Porta Carrero venuto a Parma per tenere al battesimo il principino neonato, quale inviato del Re di Spagna. Sotto l'incisione su rame è scritto: "Fachada del palagio Rangoni illuminada e la misma celebridad".
In seguito alla morte dell'ultimo Rangoni senza discendenza maschile, la Ducale Camera pose il sequestro sul palazzo e sui beni del "feudo" di Raccabianca, beni che davano (allora! un reddito annuo di Lire 100.000 circa. Ma i figli di una Rangone di Modena, residenti ambedue in quella città, intentarono una causa accampando diritti di successione. Scoppiò così una grossa controversia fra gli eredi pretendenti Marchesi Giov. Maria Filippo e Lotario Rangoni e la Ducal Camera, poiché quest'ultima si avvaleva del "Decreto de proibitiva alienatione in Forensens", vale a dire stabiliva la conquista dei beni qualora da un cittadino del ducato andassero a favore di un forestiero. Di consenguenza, nel 1763 le proprietà di Lodovico Rangoni che, come si è accennato, erano notevoli specie nella Bassa parmense insieme al palazzo furono incamerate dallo Stato; Don Ferdinando nella circostanza fece la graziosa concessione di una rinnovata investitura (ma puramente nominale) del "feudo di Sissa" agli aspiranti eredi rimasti a bocca asciutta. In tal guisa finì a Parma la "...vetusta eccelsa Rangonia pianta che distese un tempo ampie radici oltre il confin d'Esperie..." (dalle poesie di Girolamo Cassiani modenenese, 1794).
Ma i Rangoni sono tuttavia ancora presenti coi rami R. Santa Croce, R. Macchiavelli e così pure a Reggio Emilia.
Dal "Rango dei Rangoni" il fastoso palazzo scese a quello di edificio statale e, come s'è detto, nel XIX secolo divenne sede della Direzione Generale dei Conti della Regia Economica, indi destinato agli Uffici della Ducale Ferma Mista, onde per molto tempo fu chiamato "il Palazzo della Finanza". In seguito decadde e col regno italico venne adibito, parzialmente, anche a caserma di Finanzieri, a magazzino deposito di Sali, Tabacchi e fiammiferi; infine vi ebbe sede l'Ufficio di verifica e pesi e misure e in parte anche all'Archivio di Stato.
Dopo profondi restauri e riattamenti, divenne sede della "Casa del Fascio" e, dopo l'ultima guerra 1940-45, vi è stata allogata la Prefettura a seguito della distruzione dell'ex Palazzo Ducale.
E' da ricordare, da ultimo, che nel 1947 vi fece solenne ingresso il primo Presidente della neo Repubblica Italiana, S.E. On. De Nicola, per la consegna della medaglia d'oro al Gonfalone della Città di Parma.



 


Data pubblicazione il 11/06/2008
Ultima modifica il 20/04/2009 alle 10:49

 
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