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Prefettura - Ufficio Territoriale del Governo di Parma

Relazione di Marco Minardi

Parma repubblicana - Relazione di Marco Minardi, Ricercatore dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'età contemporanea di Parma

Dopo l'entusiasmo dei primi mesi che seguirono la Liberazione che aveva pervaso la città e le campagne del Parmense emersero le difficili condizioni economiche e materiali in cui versava grati parte della popolazione. La preoccupazione per il presente e per una questione sociale che si riproponeva al termine di una guerra così devastante sembrava offuscare la tensione politica affiorata all'indomani del 25 luglio 1943 e manifestata in tutta la sua passionalità dopo il 25 aprile 1945. Un distacco che veniva interpretato dalle autorità prefettizie come un allontanamento dai partiti e dalla partecipazione alla politica da parte dei parmigiani. Nel gennaio 1946, come comunicava il Questore di Parma Francesco Spanò al Prefetto, l'attenzione di gran parte della popolazione era rivolta al "problema economico-alimentare" che faceva capolino in molte delle case dei parmigiani, incidendo negativamente sullo spirito pubblico, soprattutto in seguito alla "crescente disoccupazione e al carovita". Ciò sembrava poter raffreddare l'interesse delle "masse" per la partecipazione alle scadenze politiche. "In generale - scriveva sempre il Questore - la maggioranza della popolazione continua a mostrare scarso interesse alla politica attiva, dando la sensazione di mancare di un preciso e netto orientamento politico".
Dal punto di vista delle autorità ciò aveva riflessi positivi sulla situazione generale dell'ordine pubblico, sebbene non sfuggisse l'attivismo della sinistra. Scriveva il tenente comandante interinale dei Carabinieri di Parma, Carlo Alberto Dalla Chiesa nel febbraio 1946: "In apparenza tutto calmo in linea politica ma la lotta occulta fra i partiti è sempre più serrata ed i partiti di sinistra approfittano di ogni occasione per mettere in evidenza il loro spirito rivoluzionario"'*. Nel gennaio 1946, il fronte monarchico si stava dotando di strutture organizzative in vista delle elezioni di giugno, come riferì puntualmente il Questore al Prefetto: "Nel decorso mese si è notata una ripresa della propaganda a favore della Monarchia e più propriamente della Casa Savoia. Sono stati pure affissi manifesti, stampati altrove, di propaganda, mentre è stata costituita in questa città una Sezione del Movimento de­nominato «Fronte Monarchico» "
Nonostante il clima sostanzialmente corretto in cui le forze po­litiche stavano preparando l'imminente stagione elettorale non mancarono voci allarmistiche volte a turbare l'opinione pubblica più moderata, come quella che si era diffusa tra febbraio e marzo e che voleva giunti in Italia "molti comunisti russi' allo scopo di "preparare la campagna elettorale e per organizzare le forze co­muniste italiane". Voci, dicerie che miravano a spezzare, senza grande successo, lo spirito di collaborazione che ancora regolava, con "spirito di reciproca comprensione", i rapporti tra le forze an­tifasciste del Cm. "Per quanto nella parte ufficiale sia salvata ogni apparenza - come riferì sempre il Questore - tra le masse aderenti al Partito comunista italiano e quelle della Democrazia cristiana esiste un certo fermento per il contrasto di programma e di metodi fra i due partiti, fermento che va sempre più accentuandosi".

Sebbene il ricordo di gran parte degli elettori lo abbia rimosso, il primo appuntamento elettorale dopo la fine della dittatura fu quello dell'aprile 1946 per reiezione delle amministrazioni comunali e non quello del 2 giugno 1946. Fu proprio durante quella seconda primavera di pace che i cittadini si espressero, a suffragio universale, e fu un successo, per molti versi scontato, per i partiti di massa antifascisti.
In particolare le sinistre conquistarono la maggioranza in 35 comuni su 47, compreso il capoluogo. "Le elezioni amministrative in quasi tutti i comuni della provincia non hanno di fatto portato alcun mutamento alla situazione politica locale - era l'opinione del Questore Francesco Spanò - Come era da prevedersi il Popolo si è manifestato, nella sua quasi totalità, per i partiti di massa". Meno prevedibile risultò invece la vittoria netta dei comunisti nel capo-luogo che ottennero 25.699 suffragi (19 consiglieri) a fronte dei 20.405 (15 consiglieri) dei socialisti e 18.942 (14 consiglieri) della Democrazia cristiana; gli altri rappresentanti eletti in consiglio co­munale erano un liberale e un repubblicano. Mai prima di allora Parma era stata amministrata da forze politiche appartenenti alla sinistra di ispirazione socialista e nessun Sindaco socialista aveva guidato il Comune nel periodo prefascista. Una novità assoluta per la città dell'ex Ducato che si sarebbe ripetuta qualche mese dopo in occasione delle elezioni per l'Assemblea costituente. Alla luce del "clima di serenità e di ordine'^ in cui si erano svolte le elezioni amministrative di primavera, le autorità prefettizie, in vista del voto del 2 giugno, si mostravano, nel complesso, fiduciose in merito all'ordine pubblico. L'intesa tra i partiti aderenti al Cln parmense, che prevedeva l'impegno diretto dei partiti a garantire che "il reciproco rispetto avesse leale attuazione"'" aveva retto alla prova della contesa elettorale, in città come in provincia. Artefici del clima positivo, secondo il Questore, "l'opera spiegata dagli esponenti provinciali dei sei partiti" che furono in grado di "neutralizzare l'accesso spirito di parte che anima molti elementi locali". L'avvicinarsi dell'appuntamento portò ad un naturale innalzamento della tensione. "Tra i partiti politici - riferiva il Prefetto Quaini nella sua relazione mensile al Ministero dell'interno - con l'avvicinarsi della data per le elezioni politiche e per il referendum istituzionale, va delineandosi sempre più lo spirito di antagonismo e di lotta, sebbene tra gli esponenti locali dei diversi partiti continui a sussistere, almeno apparentemente, uno spirito di comprensione e di reciproco rispetto"' Anche i rapporti tra i partiti di sinistra e "il clero", fino a quel momento privo di contrasto, soprattutto per il "contegno molto riservato" tenuto dalla Chiesa di Parma secondo le autorità prefettizie, furono attraversati da un "crescente reciproco irrigidimento che talvolta va oltre la semplice critica per assumere il carattere di vero e proprio contrasto". Nel frattempo voci incontrollate su possibili colpi di stato da parte di "elementi reazionari per far rinviare ad epoca lontana le elezioni politiche ed il referendum" contribuirono a creare "disorientamento e nervosismo nell'animo della popolazione", così come circolavano voci su un'azione illegale da parte "dei partiti di estrema sinistra" allo scopo di "impadronirsi del potere, sopprimendo gli esponenti più in vista dei partiti d'ordine ed i capi dei pubblici uffici".

La realtà si dimostrò ben diversa e i partiti politici, come confermava il Prefetto, continuavano a svolgere la propria attività "in forma legale" e non vennero segnalati "episodi rilevanti di intolleranza tra i sei partiti aderenti al Cln". Qualche preoccupa-zione suscitarono due episodi, isolati e senza reali conseguenze, due attentati dinamitardi, uno a danno della sede del Movimento antifascista intransigente (MAI) e un altro in piazza Garibaldi nel tardo pomeriggio del 25 aprile, senza provocare feriti, ad opera di "qualche fascista fanatico animato ancora da spirito di lotta"^, come chiarì il Prefetto Quaini. In fondo più che i contrasti politici tra partiti, a preoccupare le autorità era il crescente malcontento tra i cittadini provocato dal caro-vita e dalla disoccupazione che rischiava di incidere pesantemente sullo spirito e l'ordine pubblico".
Così come era accaduto per le elezioni comunali, anche per quelle generali di giugno i tre principali partiti antifascisti sottoscrisse­ro un "accordo" che prevedeva: la formazione di due "squadre di vigilanza" con il compito di "evitare ogni discussione nell'affis­sione dei manifesti e riprovevoli sovrapposizioni e lacerazioni dei manifesti degli altri partiti" di comunicare i comizi organizzati dal proprio partito agli altri due. di salvaguardare dei rapporti tra i partiti del Cln, evitando i "pubblici contradditori", ed evi­tare "attacchi anonimi alle persone dei candidati". Rispetto al referendum comunisti, socialisti e democratici cri­stiani si schierarono per la Repubblica, sebbene questi ultimi dovettero fare i conti con la Chiesa che si pronunciò per il man­tenimento della Monarchia e con una porzione di elettorato, di destra, sostenuto da un forte spirito anticomunista preoccupato che la vittoria della Repubblica potesse diventare una vittoria delle sinistre. La Democrazia cristiana si trovò quindi a muoversi all'interno di una realtà complessa che non lasciava spazio a decisioni univoche. I vertici del partiti decisero di lasciare libertà di voto ai propri elettori, parte dei quali votarono per la Monarchia. A Parma l'atteggiamento fu duplice: da una parte si tese a sminui­re la portata del referendum, indicando invece nelle elezioni della Costituente il vero banco di prova per il partito, dall'altra molti dirigenti locali si schierarono apertamente per la Repubblica. Sintomatico nel primo caso l'articolo uscito sul "Popolo di Parma", organo della De locale, in cui si sosteneva la minore impor­tanza del Referendum rispetto alle elezioni generali. "E manifesta una tendenza alla sopravalutazione del cosiddetto problema isti­tuzionale - si legge sul periodico democristiano - posto nel crudo e semplice dilemma:«O Monarchia o Repubblica» come se la croce sabauda o una donna turrita esaurissero in sé tutta la istanza democratica, nel vasto e nel profondo senso del termine". Consapevoli che gli elettori De alla Costituente si sarebbero divisi nel voto al referendum, la stampa di partito finì per adottare un atteggia­mento di basso profilo evitando così di delegittimare i loro elettori filo-monarchici. Se alla Costituente il voto alla De consentiva di tenere uniti i cattolici, il referendum rischiava di dividerli. "E di questi giorni - si legge sempre sul giornale De locale - la autorevole denuncia di certe manovre per cui si vorrebbe «identificare la fede cattolica con una determinata forma di Stato e la Monarchia sarebbe l'istituto più confacente per i diritti cristiani, mentre la Repubblica sarebbe sinonimo di anticristianesimo». Gli autori di tale manovra, destinata a dividere le forze cattoliche, mancano di senso storico e vogliono ingannare la dottrina della Chiesa. Ma, si sa, in tempo elettorale ogni scherzo vale con gli elettori che devono saper discernere e giustificare".

A dotare di base teorica la posizione assunta in merito al referendum, il giornale cattolico recuperò le parole di papa Pio XI e della sua Enciclica Dilectissima nobis nel 1931: "La Chiesa Cattolica, per nulla legata ad una forma di governo piuttosto che ad un'altra, purché restino salvi i diritti di Dio e della coscienza cristiana, non trova difficoltà ad accordarsi con le varie civili istituzioni, siano esse monarchiche o repubblicane, democratiche od aristocratiche".
II giornale ritornava pochi giorni dopo sul tema, ribadendo che "nessuno perciò abbia la pretesa di legare le sorti del cattolicesimo ad una forma particolare di istituzione: tanto più che è molto fondato il pensiero che questi affannatissimi ed importanti «defensores Fidei», vogliano, con profano gesto, proteggere particolari interessi, magari legittimi, all'ombra dell'altare". "La verità si è che «buio o luce» non sarà la forma istituzionale a farli, ma la Assemblea Costituente, essendo per il momento le due forme egualmente vuote e suscettibili perciò di qualsiasi contenuto. Ed è qui a mio avviso - scriveva Zac - dove il problema istituzionale perde, pur nella sua innegabile importanza, quel senso di «fatalità decisiva» che da molti gli si va attribuendo. Le buone o cattive Monarchie, come le buone o cattive Repubbliche, non sono sempre come la storia insegna, opera della bontà o della malvagia d'un Re o d'un Presidente, ma il riflesso della dittatura o della astuzia degli uomini che le compongono. Sorge così il problema del tutto fondamentale della Assemblea costituente. Liberi di scegliere la forma istituzionale che ognuno crede migliore - concludeva il giornalista de «II Popolo» - i cattolici debbono sentirsi strettamente uniti ed impegnati per far sì che la forma trionfante abbia ad attuare quanto è possibile dei postulati cristiani".

A Parma i partiti di sinistra unitamente a repubblicani, a de­mocratici e agli azionisti insistettero molto sui legami stretti tra Monarchia e fascismo da una parte, e la possibilità storica che aveva il paese di completare finalmente il grande sogno risor­gimentale democratico, dall'altra. Agli elettori vennero rievo­cate le cannonate delle truppe di Bava Beccaris a Milano e il "colpo di stato della borghesia" attuato contro le organizzazioni socialiste e democratiche sul finire del XVIII secolo e ricordate le dure vertenze sindacali dei braccianti che avevano a lungo caratterizzato la lotta di emancipazione dei lavori poveri delle campagne durante i primi decenni del Novecento. Molti furono anche i richiami all'emigrazione e all'esilio politico dopo l'avvento della dittatura e, soprattutto da parte della stampa comunista, il Granisci del periodo "Ordine nuovo" il concetto che la vittoria della Repubblica diventava parte integrante del "programma di rinnovamento democratico e di ricostruzione del paese negli inte­ressi dei lavoratori".
La manifestazione di chiusura della campagna referendaria per il fronte repubblicano si svolse al Teatro Regio, presenti i principali esponenti dei partiti favorevoli alla Repubblica, compresi i massimi rappresentanti provinciali della Democrazia cristiana. Il Teatro era colmo di sostenitori e la consapevolezza che si era alla vigilia di un nuovo passaggio storico nella storia degli italiani pervase la sala. Si susseguirono gli interventi, tra cui quello dell'avvocato Michele Valenti, segretario provinciale della Democrazia cristiana, che non deluse i presenti, ribadendo per l'ennesima volta duran­te quella campagna elettorale, soprattutto "a chi ancora avanza dubbi" che "la Democrazia cristiana è Repubblicana". Gli fece eco il "Popolo di Parma" con un intervento a firma G.Pettinati, "II regime repubblicano si impone perché è il coronamento logico ed ideale della democrazia. Non è un salto nel buio. Social co­munisti possono avanzare ma tocca a noi - e con noi - garantire una Repubblica democratica, una Repubblica che impedisca altre esperienze dittatoriali, ci saranno altri, e noi siamo convinti, in una delle prime file il Partito socialista italiano". L'intervento conclusivo venne lasciato al Sindaco di Parma, Primo Savani, comunista, avvocato, partigiano, che fece un discorso richiamando i valori democratici propri della tradizione risorgi­mentale di Parma, di quelli presenti nel municipalismo socialista prefascista e quelli di cui era portatrice la cultura antifascista. Savani, come altri, non aveva dubbi, il momento era cruciale per la democrazia in Italia e gli italiani si trovavano di fronte a "una questione di vita o di morte". L'appello conclusivo del primo cittadino e massimo rappresentante della democrazia antifascista parmense insistette sui caratteri fondanti che lo Stato deve assumere: "Domani sarà questione di vita o di morte: o restare affiancati alla reazione o rinascere. Ma noi siamo certi che domani sarà giorno di festa, di rinascita. Su tutta la penisola risuona l'anima di Mazzini a indicare la giusta via. Dal popolo stanno sorgendo le forze che riterranno il nostro paese grande e libero marciando in avanti con in pugno la bandiera tricolore dell'unità nazionale ma senza l'emblema della dinastia sabauda. Domani segnerà la fine del privilegio di tutti i volta bandiera, ieri repubblichini, oggi monarchici: domani il popolo getterà con le sue mani le fondamenta del nuovo Stato italiano.

Alle urne ci attendono i nostri morti implorando da noi la pace che potremo dar loro soltanto con la Repubblica. Viva la Re­pubblica!"
Il voto del 2 giugno nel Parmense confermò la vittoria della si­nistra ottenuta pochi mesi prima alle elezioni comunali. Oltre 24.000 i voti dati ai comunisti, poco più di 21.000 quelli finiti ai socialisti e poco più di 18.500 i suffragi alla Democrazia cri­stiana; gli altri partiti che presentarono liste nel collegio regionale raccolsero consensi inferiori: L'Uomo qualunque (2306 voti), Repubblicani (1994 voti), Unione nazionale democratica (1877 voti) e Concentrazione democratica repubblicana (577 voti). All'assemblea costituente il partito comunista ottenne tre seggi, il partito socialista e la Democrazia cristiana due per uno. Il referendum fu vinto nettamente dalla Repubblica, 46729 voti (73,2%) contro i 17374 voti (26,79%) ottenuti dalla Monarchia. Rispettando le previsioni, parafrasando l'invito al voto pubblicato sul "Popolo di Parma" nei giorni precedenti, il popolo italiano aveva "posto in modo solenne la prima pietra dell'edificio democratico" e lo aveva fatto votando per la Repubblica e per i partiti di massa antifascisti.

La vittoria della Repubblica a Parma risultò particolarmente significativa considerati i risultati delle altre province della regione. Dopo Ravenna (91,2%) e Forlì (88,3%), province di forte e antica tradizione repubblicana e Reggio Emilia (79,8%), dove invece l'opera di Dossetti e la forza del Pci risultarono determinanti per il successo della Repubblica, Parma risulta la più repubblicana in Emilia-Romagna.
Osservando più nel dettaglio il voto in città, la Repubblica si afferma in quasi tutti i seggi elettorali. Appena tre su 120 le sezioni elettorali in cui prevale la Monarchia: seggio numero 19 situato nella centralissima via della Repubblica (negli altri 4 seggi della zona vince la Repubblica), seggio numero 25 in Piazzale Volta, nel cuore del quartiere residenziale della città e nel seggio numero 52 situato in Vicolo del Vescovado, a ridosso del Palazzo della Curia. In tutte le altre sezioni elettorali, sia nei rioni popolari che borghesi, operai o di campagna, la Repubblica prevale e, fatto salvo per quelli dell'Oltretorrente e dei rioni operai a nord della città di cui parleremo più avanti, il voto degli elettori De si rivela quasi sempre determinante per la Repubblica in quanto la somma dei voti degli elettori di sinistra e di quelli repubblicani non sono sufficienti. Il voto della maggioranza degli elettori De permette lla Repubblica di prevalere in buona parte delle sezioni elettorali Parma nuova".

Vi sono poi seggi come quelli situati in Piazzale Corte d'Appello (seggio numero 9), in strada al Ponte Caprazucca (seggi numero 11 e 12) ed altri nel centro cittadino, in cui i voti dei democratici cristiani furono con tutta probabilità decisivi per la vittoria della Repubblica in quei seggi.
Ma è in Oltretorrente e nei seggi situati nei rioni operai a nord della città che la Repubblica ottiene un plebiscito. Non solo per il pro­fondo sentimento antimonarchico che ha accompagnato la storia dei ceti popolari urbani fin dalla metà del secolo XIX e dallo storico radicamento del repubblicanesimo tra le organizzazioni politiche e sindacali che hanno accompagnato le lotte d'emancipazione dei ceti operai cittadini. Il successo non fu inaspettato, soprattutto per la grande popolarità di cui godevano i comunisti tra i borghi dei rioni di "Parma vecchia". Un consenso costruito durante i lunghi anni di attività clandestina durante il ventennio fascista e culminato con l'adesione di tanti giovani e antifascisti del luogo alla Resistenza. Già nelle settimane che seguirono la Liberazione, comizi e manifestazioni organizzate dai partiti di sinistra portarono in strada centinaia e centinaia di cittadini. Tra le manifestazioni più riuscite quella del 20 gennaio 1946 in occasione della intitolazione del piazzale tra via Imbriani e strada del Quartiere all'eroe antifascista, Guido Picelli, con lo scoprimento di una lapide in suo onore all'angolo con Borgo Cocconi, in occasione della visita a Parma del ministro delle Finanze, il comunista Mauro Scoccimarro. Non tutto erano convinti che il "popolo di Parma" sarebbe accor­so in massa a votare e che la passione politica, mostrata nei mesi della lotta di Liberazione e nell'immediato dopoguerra, sarebbe stata sufficiente per motivare i ceti popolari così duramente colpiti dalle conseguenze della guerra. Nei mesi che precedettero il voto il commissario di Pubblica sicurezza a capo della caserma di polizia del quartiere aveva posto ripetutamente in evidenza la tendenza da parte della popolazione ad allontanarsi dai partiti presi come erano dalle difficili condizioni economiche e sociali in cui versavano. Più che la vittoria del Pci, al commissario di polizia, capo della caserma di Pubblica sicurezza in Oltretorrente, il commissario Vittorio Pietrantonio, preoccupava possibili turbamenti dell'ordine pubblico a causa delle difficili condizioni materiali ed economiche in cui erano costretti a vivere gli abitanti dei borghi. "Sebbene la popolazione dia segni visibili di stanchezza rispetto alle lotte politiche ed ai giuochi di partito, l'ordine pubblico presenta segni di una situazione che può diventare pericolosa a causa della situazione economica in relazione alla crescente disoccupazione, esacerbata dal progressivo aumento dei reduci ex prigionieri e dai licenziamenti di personale dell'industria". Malgrado le pessime previsioni del comandate della caserma di Pubblica sicurezza nulla di rilevante sembra sia avvenuto nei borghi popolari nei mesi che precedettero il voto di giugno, fatto salvo per qualche sporadica aggressione a danno di ex fascisti che ancora si faceva registrare, come ad esempio quando, a fine febbraio, una "esplosione di odio popolare contro elementi già fascisti si è avuto la sera del 25 corr. in via Bernabei in cui un ex fascista è stato a stento sottratto alle furie di una folla inferocita che voleva linciarlo". U Oltretorrente divenne così un importante banco di prova per la tenuta delle sinistre in città. La grande partecipazione degli abi­tanti dei rioni poveri al voto del 2 giugno, per molti versi, finì per sorprendere le autorità come dovette ammettere il commissario Pietrantonio. "Quantunque l'attenzione della popolazione sia attratta in prevalenza dai problemi del carovita e della disoccu­pazione, pure la vita politica, l'attività dei partiti, gli avvenimenti politici nazionali ed internazionali non la lasciano indifferente". Tutto sembrò svolgersi " secondo il previsto in clima di tollerante libertà". La vittoria della Repubblica e del Partito comunista fu assoluta e gli abitanti accorsero in massa a votare, nonostante i dubbi sulla reale capacità dei partiti di riuscire a coinvolgere gli abitanti presi dalle tante difficoltà del dopoguerra. Alla fine Vittorio Pietrantonio dovette ammettere che tutto ciò andava ricondotto alla "sensibilità politica della popolazione di questa zona". L'esito del voto politico non lasciò dubbi e confermò la prevalenza assoluta dei comunisti, seguiti dai socialisti e quindi dai democristiani. Ed infatti i voti riportati dai comunisti nelle 21 sezioni elettorali di questa zona sono quasi il doppio di quelli riportati dagli altri due partiti". 11 voto in favore della Repubblica, al referendum, rasentò il plebiscito, con 12028 voti contro gli appena 2747 suffragi in favore della Monarchia. Lo scarto dei voti nei seggi situati nei borghi a favore del Pci e della Repubblica fu enorme, inaugurando una lunga stagione ultratrentennale di egemonia politica da parte del Partito comunista in Oltretorrente come mai era accaduto per una forza politica o sindacale in età liberale. Nelle delegazioni periferiche l'esito del referendum fu assai simile a quello registrato nei borghi popolari. La netta vittoria della Repubblica nelle zone agricole del comune di Parma coincise con il successo dei partiti di sinistra all'Assemblea costituente. Unica differenza fu il ribaltamento dei rapporti di forza tra socialisti e comunisti, favorevoli ai primi.

A completare il quadro del successo della Repubblica nel Parmense giunsero i risultati dalla provincia. Nei 47 comuni della provincia la Monarchia prevalse solo a Bardi, Compiano e TornoIo. Con percentuali differenti la Repubblica ebbe la meglio nel resto del territorio provinciale. Se a Varsi (1222 voti alla Repubblica e 930 voti alla Monarchia) e a Bedonia (2178 voti alla Re­pubblica e 1830 voti alla Monarchia) il margine del successo fu meno evidente, a Collecchio (4158 voti alla Repubblica e 1077 voti alla Monarchia), a Corniglio (2853 voti alla Repubblica e 722 voti alla Monarchia) e a Salsomaggiore Terme (7045 voti alla Repubblica e 2072 voti alla Monarchia) i margini di successo risultarono assai più ampi.
Piazza Garibaldi, a Parma, tornò ad ospitare una festa politica. Era quella organizzata dal fronte repubblicano per celebrare la vittoria. Dal balcone del Palazzo del Governatore, dove sventolava "una sola bandiera: quella tricolore della nuova Repubblica italiana senza lo stemma sabaudo", gli oratori si alternarono nel ringraziare gli elettori e nel rimarcare l'importanza del cambiamento storico che gli italiani avevano determinato con il loro voto. Primo Savani (Sindaco di Parma), Umberto Pagani (Partito repubblicano), Ferdinando Bernini (Partito socialista), Giacomo Ottolenghi (Concentrazione democratica repubblicana), Carlo Molinari (Partito D'Azione), rag. Fornari (Democrazia cristiana), Ernesto Avanzini (Partito liberale), Luigi Porcari (Partito comunista) e Umberto Ilariuzzi (Camera del Lavoro) stigmatizzarono, ognuno in base alla propria sensibilità politica, come con quel voto i parmigiani non solo avevano onorato la lotta antifascista ma avevano aperto la strada alla democrazia. Il dopoguerra era davvero iniziato. All'indomani della Liberazione i simboli del fascismo, ripristinati dopo l'8 settembre 1943, erano stati prontamente rimossi. Un unico segno evidente del passato rimase ancora al suo posto. La statua equestre di Vittorio Emanale II in piazza Marconi, sopravvissuta ai bombardamenti Alleati della città della primavera-estate del 1944, a molti sembrava fuori luogo. Quel manufatto, per molti imbarazzante, mal si conciliava con il diffuso sentimento repubblicano andato maturando in città, e che il Referendum ave­va finito per sancire il 2 giungo. Erano trascorse poche settimane dalla vittoria al Referendum quando un'esplosione nella notte tra il 5 e il 6 luglio mandò in frantumi anche quell'ultimo simbolo del passato; ignoti erano riusciti là dove le bombe statunitensi e le ruspe comunali non erano riuscite. Al suo posto sarebbe sorto, una decina di anni dopo, un nuovo monumento, questo però dedicato alla Resistenza. Anch'esso subì in parte una sorte analoga: la sera del 9 novembre 1961 una forte esplosione provocata da un ordigno posizionato a ridosso del complesso monumentale da esponenti fa­scisti lo danneggiò gravemente. Parma, città antifascista, sostituì la scultura danneggiata e perseguì gli autore del gesto dinamitardo, ma questa è un'altra storia.


Data pubblicazione il 30/09/2008
Ultima modifica il 30/09/2008 alle 17:27

 
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