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Prefettura - Ufficio Territoriale del Governo di Parma

Relazione di Giorgio Vecchio

La Repubblica neonata e la sua identità - Relazione di Giorgio Vecchio, Docente di Storia contemporanea dell'Università degli Studi di Parma

1. Le tappe verso il 2 giugno
Secondo le decisioni concordemente prese da casa Savoia, dal governo Badoglio e dai partiti antifascisti, all'indomani della cosiddetta "svolta di Salerno" e della liberazione di Roma, la questione istituzionale avrebbe dovuto essere risolta al termine della guerra, affidando la responsabilità di una decisione definitiva a un'Assemblea Costituente eletta a suffragio universale. Così fu sancito anche dal d.1.1. n. 151 del 25 giugno 1944. Tuttavia, già nell'autunno di quello stesso 1944, Umberto di Savoia avanzò pubblicamente la proposta di ricorrere a un referendum popolare, nella speranza che esso risultasse più favorevole alla Monarchia rispetto a una Costituente dominata dai partiti del CLN, in larga maggioranza repubblicani.

Raggiunta finalmente la pace, tra la fine del 1945 e le prime settimane del 1946 la discussione su questo tenia si fece vivace, anche per l'urgenza di andare alle urne. Contro l'ipotesi di un referendum stavano le sinistre e in particolare Togliatti, timoroso che una campagna elettorale massiccia sul tema istituzionale avrebbe potuto provocare contraccolpi gravi e magari perfino un colpo di stato sostenuto dagli alleati, cui sarebbe seguita una guerra civile. Decisamente favorevole al referendum si rivelò invece De Gasperi, che avrebbe preferito addirittura procedere dapprima al voto per la Costituente e in un secondo tempo al referendum sulla questione istituzionale. La strategia del lea­der democristiano dipendeva dalla particolare situazione in cui era venuta a trovarsi la D.C. in rapporto al mondo cattolico. Quest'ultimo era in massima parte filomonarchico, mentre il partito democristiano era orientato a stragrande maggioranza in senso repubblicano, come confermarono i risultati di un referendum interno tra gli iscritti. Andando a scegliere tra Monarchia e Repubblica in sede di Assemblea Costituente, pertanto, la D.C. avrebbe finito per deludere una larga fetta del proprio elettorato, incrinando forse per sempre la fiducia di molti cattolici verso di essa. Affidando invece ogni responsabilità al diretto suffragio popolare, il partito avrebbe potuto sfuggire ad una tale sorte. lasciando ai propri elettori - come di fatto fece - libertà di coscienza e di voto in materia. Vinse infine proprio De Gasperi che, appoggiato ufficiosamente anche da inglesi e americani, riuscì a condurre tutto il governo a sostenere due nuovi decreti (del 16 marzo 1946. n. 98 e n. 99) con il quale furono stabilite le modalità di convocazione degli elettori sia per effettuare il referendum istituzionale sia per eleggere con metodo proporzionale 556 deputati alla Costituente, oltre che la data, fissata per il 2 giugno. Il primo dei due decreti fissò pure tutti i passaggi successivi da compiere, tra cui l'affidamento al Presidente del Consiglio delle funzioni di Capo provvisorio dello Stato, naturalmente in caso di vittoria repubblicana.

La campagna propagandistica in favore della soluzione repubblicana fu condotta con coerenza e tenacia da parte delle sinistre, soprattutto socialisti, azionisti e repubblicani; nettamente repubblicano, ma più pragmatico fu l'orientamento dei comunisti. Al contrario i democristiani, come detto, affermarono di voler lasciare libertà di voto sulla questione istituzionale. La Chiesa stessa, per quanto molto preoccupata per il possibile "salto nel buio" rappresentato dalla Repubblica e dominata dal ricordo delle infelici esperienze repubblicane del passato (da quelle francesi a quella spagnola degli anni Trenta, a quella sovietica), preferì investire le energie migliori del suo associazionismo nella propaganda in favore della D.C. per la conquista di una posizione determinante nella Costituente: più che l'ordinamento repubblicano o monarchico, dunque, contavano gli equilibri politici che avrebbero determinato i contenuti della Costituzione futura. Anche un movimento coinè quello dell'Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini non si impegnò per il referendum, sostenendo che un re o un presidente, dopotutto, erano la stessa cosa. Giova ricordare che la campagna referendaria (e per la Costituente) fu segnata da alcune rilevanti caratteristiche, tutte inedite per l'Italia. Anzitutto vanno ricordati l'ordine e la tranquillità mantenuti nella campagna e al momento del voto, cosa tanto più importante quanto più forte era la disabitudine alla democrazia. Le maggiori tensioni e anzi gli incidenti e gli scontri di piazza avvennero semmai dopo il 2 giugno.

In secondo luogo si deve dire che si vide per la prima volta nella storia italiana l'affluenza alle urne delle donne. Non era in assoluto la prima esperienza, perché nelle settimane precedenti, tra marzo e aprile 1946, si era tenuta una tornata di elezioni ammi­nistrative: era tuttavia la prima volta per un voto politico nazionale. È doveroso notare che al riconoscimento del voto femminile si arrivò in modo piuttosto imbarazzato e pasticciato: il governo Bonomi nella seduta del 30 gennaio 1945 aveva finalmente deciso di preparare un decreto per riconoscere il diritto di voto a tutte le cittadine che avessero compiuto i 21 anni di età entro il 31 dicembre 1944. Si trattò però di una misura presa in modo frettoloso e addirittura senza particolare eco nell'opinione pubblica, tanto che ci si accorse solo dopo un certo tempo di aver dimenticato di regolare l'elettorato passivo, così che per potere inserire delle donne nelle liste elettorali si dovette predisporre un secondo decreto, datato 10 marzo 1946.

Ancora: in quella campagna fu stabilita la prima regolazione dell'uso politico degli spazi radiofonici, con la partecipazione di tutte le forze politiche alla rubrica La campagna elettorale in RAI. Si presentò infine, durante la fase organizzativa del referendum, una questione che sarebbe più volte ritornata in seguito: quale immagine dare alla Repubblica? Quale simbolo repubblicano sarebbe comparso sulla scheda del referendum? La mancanza di una tradizione repubblicana all'interno della storia istituzionale italiana - tradizione che potesse essere condivisa a un livello più generale, non potendo essere considerata tale quella della Repubblica Romana del 1849 o, ancor più, quella della RS1 del 1943-45 - costrinse a cercare in fretta e furia un simbolo, individuato in un volto femminile con una corona turrita. L'Italia era ben lontana dalla Francia, dove ormai la "Marianna" era diventata popolare e sinonimo stesso della Repubblica e dello Stato.


2. Il voto e lo sforzo di "pacificazione"

I risultati del voto del 2 giugno sono ampiamente noti e basta pertanto ricordare che su 24.946.878 votanti (l'89,1% degli aventi diritto), 12.717.923 si espressero in favore della Repubblica e 10.719.284 della Monarchia (in percentuale: 54,3 a 45,7%). Dato questo scarto, anche il problematico conteggio dei voti non espressi o nulli - questione su cui si accese allora una vivace polemica provocata da uri testo non pienamente limpido del decreto che aveva stabilito le regole del voto - non avrebbe comunque cambiato il risultato.

Conviene semmai ribadire che dal voto del 2 giugno uscì l'imma­gine plastica di uri paese spaccato: al centro-nord solo le province di Asti, Cuneo, Bergamo e Padova si rivelarono in maggioranza per la Monarchia. mentre al centro-sud la Repubblica vinse solo nelle province di Pescara, Teramo. Latina e Trapani. Per il resto da Roma e Rieti in giù si era di fronte a una netta vittoria monarchica. Queste forti diversità sono rese evidenti anche da altri numeri: a livello regionale la Repubblica ebbe ha l'85% dei suffragi in Trentino, ma solo il 23,5% in Campania, mentre tra le province, Ravenna si trovò al vertice dei filo-repubblicani con il 91,2% e fanalino di coda risultò invece Messina con il 14,6%. Ovviamente speculari furono i voti filo-monarchici. Le spaccature non furono solo geografiche e politiche, ma anche istituzionali, come testimoniato dal lungo e pericoloso braccio di ferro tra il governo De Gasperi e Umberto II, mentre si accendevano i primi scontri di piazza (solo a Napoli si registrarono sette morti). La decisione di De Gasperi di assumere le funzioni di capo provvisorio dello Stato (12 giugno) sbloccò uria situa­zione che rischiava di diventare incontrollabile. Il giorno dopo, Umberto II lasciò l'Italia denunciando "l'atto rivoluzionario" compiuto, ma ebbe la saggezza di non spingere oltre il conflitto, consentendo il ritorno alla normalità della vita quotidiana. Il 18 vennero infine resi noti i risultati definitivi e fu ufficialmente proclamata la Repubblica.

La pacificazione tra queste diverse Italie si rivelò un compito ineludibile per la classe politica, anche perché - ed è perfino ovvio sottolinearlo - si era appena usciti da una guerra che, comunque la si voglia definire, era risultata di fatto fratricida. Il governo del CLN e della Resistenza ebbe dunque la saggezza di compiere alcuni passi in tale direzione: a capo provvisorio dello Stato fu designato Enrico De Nicola, che possedeva tutti i requisiti atti a rassicurare i monarchici; era un politico prefascista, era napoletano e quindi espressione dell'Italia fìlosabauda, e anzi lui stesso si professava monarchico. A una finalità di conciliazione corrispose pure la nota e discussa amnistia Togliatti, del 22 giugno, che concedeva un'amnistia generale per i reati politici, della quale beneficiarono soprattutto gli ex-fascisti e, in misura minore, anche i partigiani che si erano macchiati di delitti nel periodo successivo alla liberazione.

3. Una Repubblica dimessa?

Molte testimonianze coeve sono concordi nell'indicare la mancanza di ogni spirito eroico e retorico nella nascita della Repubblica. Anzi, a prevalere sembrava essere un carattere dimesso, quasi che i repubblicani avessero paura di vincere e di manife­stare la propria soddisfazione. Più realisticamente, pesavano le enormi difficoltà della vita quotidiana, il peso della ricostruzione, il senso di disillusione dopo anni di esaltazione patriottica. In quelle testimonianze, comunque, era sottesa anche una lettura positiva: la Repubblica nasceva con un inizio sereno, tranquillo, meditato, vicino al popolo. Era questa, forse, una garanzia di maggiore durata.
Ecco alcune citazioni, tratte dai commenti di quei mesi e riferibili a intellettuali di spicco:

Per Corrado Alvaro: «La Repubblica è nata dimessamente. È forse la prima volta che un regime italiano nasce all'italiana, senza eroici furori, senza deliri di grandezza. La Repubblica italiana è nata come una creatura povera, com'è povero il paese; assistito da parenti poveri».
Secondo Piero Calamandrei non era «mai accaduto nella storia, che uria Repubblica si sia fatta con paziente lentezza e con il re sul trono». Ma aggiungeva: «Ecco la nostra Repubblica: non improvvisata, non balzata su in un giorno di torbida passione; Repubblica voluta, meditata, paziente, ragionata [...] destinata a durare secoli».


Sosteneva dal canto suo Ignazio Silone: «Più di uno è sinceramente costernato per la sobrietà, la semplicità, la prosaicità delle parole che hanno salutato la nascita della prima Repubblica Italiana». Come mai questa debolezza, questo relativo o scarso entusiasmo? I motivi sono già stati in parte accennati e vanno ricondotti al preminente interesse di molte forze politiche per le riforme dello Stato, per la Costituzione, per lo Stato futuro, cristiano o rivoluzionario che fosse... Vi era poi la difficoltà di riallacciarsi a dei precedenti condivisibili da tutti: la Repubblica evocava appunto la Rivoluzione francese o quella sovietica o la Spaglia, gli sconfitti del Risorgimento (che fu in larga parte monarchico); inoltre la Repubblica Romana era stata una realtà fugace e dai toni anticlericali e per di più era stata ripresa dalla RSI... Da qui la necessità di appoggiarsi alla Resistenza e ali antifascismo, che non poteva tuttavia risultare un elemento unitario fin da subito.

4. Simboli deboli?
Questo senso di fragilità o, se si vuole, di umiltà, è riscontrabile anche tramite l'osservazione delle vicende che portarono all'ado­zione dei simboli tipici di uno Stato nazionale: la bandiera, lo stemma, l'inno. In questo caso il confronto con l'esempio più noto e studiato di ordinamento repubblicano è persino impietoso: nella Francia repubblicana, in quel 1946 pure alle prese con decisioni di tipo costituzionale, i simboli erano ormai consolidati nel tempo: la festa nazionale del 14 luglio, la Marsigliese, la Marianna, il Pantheon... erano tutti elementi di un panorama politico e di una "religione civile" ormai fuori discussione.

la bandiera
Alla Costituente la discussione che precedette r approvazione dell'articolo relativo alla bandiera fu piuttosto rapida. Nel progetto redatto dalla Commissione dei 75 - consegnato alla presidenza dell'assemblea il 31 gennaio 1947 - esso costituiva l'art. 2 e aveva un testo lievemente diverso da quello poi entrato in vigore: «La bandiera d'Italia è il tricolore: verde, bianco e rosso, a bande verticali di eguali dimensioni». In sede di Commissione, l'approvazione dell'articolo avvenne senza emendamenti di sorta e quindi senza discussione, il 24 gennaio 1947. Non si trattava di una formu­lazione particolarmente originale, in quanto essa non era che la traduzione letterale dell'art. 2 della Costituzione francese del 27 ottobre 1946, mantenuto in seguito anche nella Costituzione del 1958: «l'emblema nazionale è la bandiera tricolore, bleu, bianca e rossa a tre strisce verticali di eguali dimensioni». A Roma si parlò di bandiera nel pomeriggio del 24 marzo 1947, con l'intervento di pochi costituenti, Ano all'intervento finale del presidente della Commissione dei Settantacinque, Ruini, che condusse alla formulazione del testo definitivo. Esso, che diverrà poi l'art. 12 della Costituzione repubblicana, era il seguente: «La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni». Il voto dei costituenti fu accolto con commozione e applausi da parlamentari e pubblico.

Lo STEMMA
La storia della scelta del simbolo della Repubblica è molto più complessa. Il decreto 19 giugno 1946 n. 1 aveva stabilito all'art. 7 che il Presidente del Consiglio avrebbe dovuto nominare una commissione incaricata «di studiare il modello del nuovo emblema dello Stato», cosa che fu fatta il 27 ottobre successivo. Nella loro prima riunione del 5 novembre i commissari bandirono un concorso chiarendo che il nuovo emblema avrebbe dovuto ispi­rarsi «all'unità e alla concordia della Patria». Successivamente, dei 637 bozzetti inviati da 341 candidati diversi, ne furono selezionati 25 e poi tra di questi 5, malgrado i risultati fossero nel complesso giudicati deludenti. A questo punto la commissione chiese un nuovo sforzo agli autori prescelti e diede delle indicazioni più precise: lo stemma avrebbe dovuto contenere una «cinta turrita con porta aperta», simbolo della civiltà cittadina e delle capacità costruttive degli italiani, accompagnato dal mare, da una stella e da elementi floreali. Finalmente, il 13 gennaio 1947, fu scelto un modello preparato dall'artista Paolo Paschetto, cui si richiesero però nuove modifiche. Solo il 24 febbraio la commissione licenziò come definitivo il bozzetto. Il governo non era peraltro convinto del risultato e lasciò passare altre settimane, mentre la stampa ironizzava sull'argomento e gli uffici pubblici dovevano arrabattarsi con le vecchie carte intestate. Superando ogni perplessità e in mancanza di meglio il simbolo di Paschetto fu comunque presentato alla Costituente, che da parte sua nominò una nuova commissione esaminatrice, la quale il 21 gennaio 1948 bandì per radio un nuovo concorso, proponendo sei temi (api, scudo con corona turrita, ruota dentata con stella, aquila, torre con faro, stella). Tra i 197 bozzetti giunti opera di 96 artisti, il 28 gennaio fu scelto all'unanimità un nuovo lavoro dello stesso Paschetto. Nella sua ultima seduta del 31 gennaio 1948 la Costituente approvò infine il tutto, malgrado numerosissime critiche e perplessità. Ma ciò che contava era orinai l'urgenza, di cui era consapevole il presidente Terracini il quale affermò che un simbolo talmente bello da soddisfare tutti non avrebbe mai potuto mai esistere e che di conseguenza sarebbe bastato fare l'abitudine con quanto si era scelto: «credo che qualunque emblema, quando ci saremo abituati a vederlo riprodotto, finirà con l'apparirci caro; e questa è la cosa essenziale». Ancor più radicale il presidente della commissione Conti: «Io non so che farmene dei simboli; a me interessa la Repubblica: il simbolo sia quello che sia». Dopo aver predisposto il bozzetto a colori e la sua descrizione araldica da parte dei competenti uffici, la complicata vicenda si concluse infine con il decreto legislativo 5 maggio 1948 n. 535, secondo cui «l'emblema dello Stato, approvato dall'Assemblea Costituente con deliberazione del 31 gennaio 1948, è composto di una stella a cinque raggi di bianco, bordata di rosso, accollata agli assi di una ruota di acciaio dentata, tra due rami di olivo e di quercia, legati da un nastro di rosso, con la scritta di bianco in carattere capitale "Repubblica Italiana"».

L'lNNO
Ancora più sorprendenti sono le vicende dell'inno. Durante il periodo monarchico si utilizzava la Marcia Reale., anche se erano frequentemente utilizzati nelle manifestazioni militari e patriottiche sia il cosiddetto Inno di Mameli (più propriamente Canto degli italiani o Inno di Novaro., visto che il testo, scritto da Goffredo Mameli nel settembre del 1847, fu musicato da Michele Novaro) e altri canti risorgimentali (l'Inno di Garibaldi) sia canti legati al ricordo della Grande Guerra (La leggenda del Piave., La canzone del Grappa] sia ancora brani verdiani come il celeberrimo Va' Pensiero.

La questione di un nuovo inno nazionale si pose non appena furono resi noti i risultati del referendum del 2 giugno. All'indomani del voto si aprirono i primi dibattiti pubblici, con proposte più o meno stravaganti pubblicate sui giornali o mandate al governo. Finalmente il 12 ottobre 1946 il Consiglio dei Ministri affrontò seppur fugacemente il problema e ne diede notizia in termini alquanto lapidari, tant'è che il giorno dopo i quotidiani riportarono poche righe del comunicato stampa ufficiale e non altro: «Su proposta del Ministro della Guerra si è stabilito che il giuramento delle Forze Armate alla Repubblica e al suo Capo si effettui il 4 novembre p.v. e che, provvisoriamente, si adotti come inno nazionale l'inno di Mameli». La decisione non incontrò peraltro l'entusiasmo di Nerini, che aveva dovuto lasciare il Consiglio dei Ministri prima della fine: «In mia assenza - annota nel suo Diario - l'inno di Mameli è stato scelto come inno provvisorio della Repubblica. Tutto provvisorio dal 2 giugno in poi...». Insomma l'affare fu sbrigato in pochi minuti e senza troppe riflessioni. Ciò che lascia davvero sconcertati è il seguito di questa vicenda. In primo luogo, va detto che nessun ministro si preoccupò di emanare una circolare che formalizzasse meglio la decisione presa, così che nelle settimane successive lo stesso Ministero degli Esteri dovette chiedere lumi alla Presidenza del Consiglio sulla base delle notizie apparse sui giornali, mentre ai vari organi dello Stato continuavano ad arrivare proposte di spartiti musicali e di testi; anche dagli uffici del capo provvisorio dello Stato pervengono al governo segnalazioni, nonché la proposta di nominare una commissione ad hoc. In secondo luogo va detto che il ministro Facchinetti e i suoi successori non diedero alcun seguito formale alla decisione del 12 ottobre. Così l'incertezza e la confusione si perpetuarono. Il 1° luglio del 1947 il Capo di gabinetto della Difesa scrisse alla Presidenza del Consiglio per ricordarle che «attualmente nelle cerimonie ufficiali in sostituzione del passato inno nazionale vengono eseguiti uno o più d'uno dei seguenti inni: inno del Piave, inno di Mameli, inno di Garibaldi» e per sapere «per quale dei tre inni, rappresentando l'inno nazionale ufficiale, i reparti sotto le armi debbono presentare le armi». Sconcertante fu la risposta del Capo di gabinetto della Presi­denza del Consiglio: «In attesa della scelta e del riconoscimento formale del nuovo inno nazionale, potrà essere adottato come tale l'inno di Mameli». Ancora nell'aprile 1948 il presidente del Coni, Giulio Onesti, intervenne per sapere «quale musica deve essere adottata come inno ufficiale italiano» in occasione della XIV Olimpiade a Londra. Gradualmente ci si adeguò dunque alla scelta di fatto in favore dell'opera di Mameli e Novaro, anche se di tanto in tanto arrivavano al governo solleciti e richieste; non mancheranno poi clamorosi incidenti, come quello avvenuto il 6 maggio 1959, allorché in occasione dell'incontro di calcio Italia-Inghilterra che si svolge allo stadio di Wembley fu suonata la Marcia Reale invece che l'Inno di Mameli, suscitando polemiche e interrogazioni parlamentari.


LE FESTE NAZIONALI

Anche sotto questo profilo ci si mosse in modo piuttosto frammentario e discontinuo.
La successione dei provvedimenti è la seguente. Prima ancora della fine della guerra Ivanoe Bonomi con una sua circolare data­ta 4 novembre 1944 aveva stabilito che d'ora in poi si sarebbero celebrati il 4 novembre «anniversario della Vittoria», l'il feb­braio, il 1° maggio, il 15 settembre (genetliaco del Luogotenente generale del regno Umberto) e pure il 12 ottobre, anniversario della scoperta dell'America. Naturalmente si trattava di norme provvisorie, nell'attesa di una normativa definitiva. Dopo la Li­berazione fu chiesto al governo di aggiungere la data del 25 aprile: un decreto legislativo luogotenenziale datato 22 aprile 1946 (n. 185) dichiarò appunto «festa nazionale» il 25 aprile 1946. Ma si trattava di una scelta una tantum, non ancora definitiva per gli anni a venire. Dopo il referendum istituzionale del 1946 si aggiunsero le sollecitazioni per la proclamazione di un giorno di festa per la neonata Repubblica. Per quell'anno fu retrospettivamente dichiarato festivo a tutti gli effetti il giorno 11 giugno, ma l'intera materia resta comunque avvolta da incertezza. Una sistemazione organica della materia entrò nell'ordinamento repubblicano solo con la legge 27 maggio 1949 n. 260, Disposizioni in materia di ricorrenze festive, presentata da De Gasperi al Senato il 17 settembre 1948 e approvata definitivamente dalla Camera il 25 maggio 1949. Il testo approvato dichiarava festa nazionale il giorno 2 giugno «data di fondazione della Repubblica» (art. 1) e considerava «giorni festivi, agli effetti della osservanza del completo orario festivo e del divieto di compiere determinati atti giuridici» anche il 25 aprile, il 1 ° maggio, il 4 novembre «giorno dell'unità nazionale», oltre alle varie feste di matrice religiosa.

I motivi di tutto ciò sono facilmente identificabili. Anzitutto, nella storia italiana unitaria solo raramente ci si è posti il problema della costruzione di una «religione civile», ovvero di quell'insieme di discorsi, atteggiamenti e ideali, sostenuti dall'uso comune di simboli e di codici, che di norma sostengono una comunità nazionale e facilitano il riconoscimento dei cittadini in essa. Insomma, una forma di coinvolgimento capace di far leva anche sui sentimenti e sulla capacità di ritrovarsi in una sintesi superiore, trascendente le divisioni politiche. Ci aveva pensato Francesco Crispi, favorendo tra gli anni Ottanta e Novanta dell'Ottocento la diffusione dei miti dei padri della patria (Cavour e Vittorio Emanuele 11, ma anche Garibaldi), anche attraverso la costruzione di monumenti e la posa di lapidi in tutte le città della penisola. Ma in larga misura questo sforzo era condizionato dal preminente interesse per le classi borghesi, come ben testimonia un fortunato libro di quel tempo, letto da generazioni di italiani, il Cuore di Edmondo De Amicis. Ci pensò in seguito Mussolini, ponendo le basi per una ^religione civile" fascistizzata, nella quale i caduti della Grande Guerra convivevano con i caduti della rivoluzione" fascista e le feste nazionali si legavano a quelle di partito e di regime. Il regime si diede a un'intensa politica di costruzione di monumenti ai caduti oppure di sacrari (Redipuglia, ecc.), ma anche alle norme sull'uso del tricolore nelle scuole e così via. Ovvi i limiti di una visione del genere, che si apriva sì alle classi popolari, ma escludeva tutti coloro che non intendevano riconoscerei nel regime autoritario. Gli storici di domani studieranno certamente la costruzione della «religione civile» suggerita in tanti suoi interventi dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, basata sul recupero dei simboli della Patria (dall'inno al tricolore), ma pure sulla rivisitazione delle date e dei luoghi della memoria storica dell'Italia contemporanea.
Per tornare al 1946 bisogna sottolineare la volontà di tutti gli attori politici di sfuggire all'enfasi retorica posta dal fascismo e di trovare uno stile meno roboante per la neonata Repubblica. Ma si deve insistere pure sul peso e l'urgenza delle necessità della vita quotidiana, in un paese segnato dalle distruzioni della guer­ra, dal dolore di tante famiglie, dalle enormi carenze nel campo dell'alimentazione quotidiana e delle materie prime. Certamente pesò anche una certa sottovalutazione del problema, per cui la «religione civile» della Repubblica non fu colta in tutta la sua delicatezza e importanza.

Il risultato, comunque, fu che l'identificazione dei singoli in una comunità pili ampia passò soprattutto attraverso i simboli re­ligiosi (l'Italia integralmente cattolica sognata dalla Chiesa e dal Vaticano) ma anche attraverso quelli politici, in primo luogo l'appartenenza a una "chiesa" solida e ben strutturata anche sul piano simbolico e emozionale come quella comunista. Il tut­to entro un quadro nel quale le divisioni politiche e ideologi che continuavano fortemente a pesare, mentre l'accoglienza matura di una concezione pienamente democratica era ben lungi dall'essere realizzata, come qualche anno fa ha ben rilevato Pietro Scoppola nel suo saggio su La Repubblica dei partiti.
5. Le chance della Repubblica

Eppure la Prima (e unica finora) Repubblica italiana ha retto. Essa si sta avviando a superare come durata lo Stato liberale (62 anni dal 1861 al 1922), dopo aver surclassato il regime fascista (21 anni dal 1922 al 1943). Nessuno contesta oggi la forma repubblicana, anche se ci si accapiglia sulle strutture costituzionali portanti e sulle modalità dell'esercizio del potere politico. Ovviamente sono molteplici i motivi che rimandano a sessantènni di storia e non si possono né citare né semplicemente elencare tutti. A lungo la guerra fredda e le sue implicazioni interne hanno impedito l'emergere di leader e di progetti alternativi rispetto a un partito, la DC, capace di assorbire - nel segno dell'anticomunismo - dubbiosi e recalcitranti. Ma proprio la maggior forza di opposizione era semmai più repubblicana (e forse anche più "co­tituzionale") del governo stesso e tutto ciò quindi consentì un facile e rapido esaurimento di possibili rivincite monarchiche. Alcuni aspetti presenti nel momento fondativo della Repubblica varino comunque ricordati.
La classe politica nel suo insieme era composta da uomini probi e sobri anche nei comportamenti personali: educata in larga parte alla "scuola" del carcere e del confino oppure dell'esilio, essa aveva la consapevolezza dei limiti posti dalla situazione concreta alla dialettica politica. Né De Gasperi né Togliatti né Scelba - per esemplificare - intendevano portare il conflitto politico alle estreme conseguenze e quindi a un punto di non ritorno. Vi era, tra di loro, un implicito riconoscimento reciproco. Probabilmente pesava in loro anche uria comune formazione pa­triottica, favorita dallo stesso fascismo ma contenente elementi e temi pre-fascisti: il mito di Garibaldi e quello del Piave, il Risorgimento e la Grande Guerra, l'Italia povera dell'emigrante e dell'artista, del santo cattolico e dell'umile lavoratore... Da un'Italia che in nome della ricostruzione e della tranquillità accettava la propria storia cercando di rimuovere i capitoli pili dolorosi e inquietanti: un'Italia che cercava di ritrovarsi unita facendo finta che la guerra fosse davvero stata voluta solo da Mussolini e non anche accettata da una Monarchia e da un popolo; un'Italia che si cullava nell'idea del «buon italiano», sempre vittima e mai protagonista di atti odiosi (non è un caso che per decenni sia stata rimossa la responsabilità italiana in Africa o nella Jugoslavia occupata... ).

L'assenza di retorica collimava del resto cori le attese della gente, stufa di parole alate e di conflitti, e pronta a ripiegare sul privato e sulla ricerca del benessere. La descrizione del presidente Einaudi fatta dal «Corriere della Sera» in occasione del 2 giugno 1948 è esemplare: il giornale milanese parlava di un «uomo piccolo e magro, in un abito nero di borghese, che faceva un gradino per volta, appoggiandosi al bastone, piegandosi ad ogni passo da una parte», aggiungendo: «C'era una grandiosità, nella sua modestia, nella sua semplicità, perfino nell'andatura dimessa, una grandiosità patetica e gentile, che lo avvicinava tanto al sentimento dei presenti e ne provocava l'affettuosa simpatia, quanto una figura diversa, con uri diverso abito, rie avrebbe in quel momento forse suscitato la freddezza». C'era dunque - forse - un senso della realtà più diffuso di quan­to si pensasse e si pensi anche oggi. In occasione del 2 giugno 1949 un giornalista cattolico, mons. Ernesto Pisoni, direttore de «L'Italia» di Milano ammonirà:
«In fin dei conti questa Repubblica italiana siamo noi, è 1'Italia. Uno può essere più o meno fiero della Repubblica e sta bene, può trovare che il suo emblema araldico con stella e ruota dentata è troppo simile a un marchio di biciclette di infima qualità, e siamo d'accordo, ma non ha il diritto di seminare consapevolmente scontento, inquietudine, vaneggiamenti su impossibili ritorni [...] Dobbiamo a noi stessi - a noi in quanto italiani - un senso di maggior serietà e di maggior rispetto per le nostre istituzioni». Possono essere moniti su cui riflettere anche nell'Italia di oggi.

Bibliografia
Per una sommaria ricostruzione delle vicende ci si limita a indicare:

• Storia dell'Italia contemporanea. Dalla II guerra mondiale al Duemila., a cura di C. Vecchio, Monduzzi, Bologna 2002 [II edizione]. Le citazioni presenti nella relazione sono per lo più tratte da:
• Presidenza del Consiglio dei Ministri. Comitato per le celebrazioni del 40° anniversario della Repubblica, La nascita della Repubblica. Mostra storico-documentaria., a cura dell'Archivio ("entrale dello Stato, Roma 1987; • M. Ridolfi - N. Tranfaglia, 1946. La nascita della Repubblica, Laterza. Roma-Bari 1990:

• Gli italiani e il Tricolore. Patriottismo, identità nazionale e fratture sociali lungo due secoli di storia., a cura di F. Tarozzi e C. Vecchio, II Mulino, Bologna 1999;
• Almanacco della Repubblica. Storia d'Italia attraverso le tradi­zioni, le istituzioni e le simbologie repubblicane., a cura di M. Ridolfi, Bruno Mondadori. Milano 2003;

• M. Ridolfi, Infeste nazionali. II Mulino, Bologna 2003. Tra i testi editi in questo ultimo periodo vanno ricordati:
• M. Franzinelli, L'amnistia Togliatti, Mondadori. Milano 2006:

• D. Gabusi - L. Rocchi, Le feste della Repubblica 25 aprile e 2 giugno. La formazione della cittadinanza democratica dal/'antifascismo alla Costituzione, Morcelliana, Broscia 2006;
• 2 giugno: la storia e la memoria, numero monografico di «Storia e problemi contemporanei», n. 41, Clueb, Bologna 2006.



Data pubblicazione il 30/09/2008
Ultima modifica il 30/09/2008 alle 17:26

 
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